Un racconto che inizia con la straordinaria sequenza del conclave
e dell’elezione del papa e si conclude col suo breve discorso finale, in cui
annuncia il “gran rifiuto”.
La
lunga fila di cardinali, una moltitudine di maschi, vecchi e vecchissimi, i visi induriti dalla
solitudine e da un'astratta e forse ormai inutile sapienza, sontuosamente
addobbati di rosso, dopo la morte del papa, si racchiudono nel segreto del
conclave, di cui nulla si sa mai.
Inatteso, è eletto il cardinal Melville, e prima che lui accetti, i colleghi,
sollevati per il difficile incarico che hanno appena evitato, hanno già attaccato il Te Deum, tanto per finirla lì.
Piazza
San Pietro è colma di fedeli, la fumata è bianca, la finestra è già aperta.
“Habemus Papam”, si annuncia. Ma il Papa non si affaccia. Si chiude nelle sue
stanze fra la costernazione dei cardinali e del mondo intero. Addobbato con
tutti i broccati e i ricami e gli ori necessari a consacrare la solennità
pontificale, il vecchio uomo smarrito non ce la fa ad affacciarsi alla loggia
delle benedizioni per presentarsi al mondo: arretra, grida tutta la sua umana
disperazione, corre attraverso le antiche e mute stanze vaticane. L'immensa
folla che ha atteso per giorni in piazza San Pietro la fumata bianca, ora che
il nuovo papa c'è e ancora non si sa chi sia, fissa eccitata, impaziente, in
alto, sventolando bandiere: ma la grande finestra da cui lui deve apparire
resta uno spazio nero, reso più preoccupante dai rossi tendaggi che il vento
muove nel nulla, un vuoto drammatico.
I
poveri cardinali, che non possono svignarsela, chiamano in aiuto il diavolo,
cioè uno psicanalista, per di più ateo, per di più separato, che deve parlare
con Sua Santità, aiutarlo a svolgere il duro incarico di capo della chiesa, circondato da decine di
prelati e senza poter chiedere né dell'infanzia, né della famiglia, né dei
sogni. Naturalmente lo psicanalista è Nanni Moretti.
Alla
psicanalista Margherita Buy che fa risalire ogni dramma adulto al "deficit
di accudimento" infantile, il papa dice di essere un attore. Riuscito a
sfuggire ai suoi sorveglianti, sull'autobus, in un negozio, nell'albergo, viene
a contatto con la vita, con l'umanità che non sa chi lui sia, se non lo
straniero con cui comportarsi, come nei Vangeli, da buon samaritano, dandogli
ciò che non chiede ma di cui ha bisogno: il bicchier d'acqua, il telefonino, un
sorriso. Il teatro dove il papa in fuga ascolta Checov, si riempie a poco a
poco di guardie svizzere, di cardinali venuti a riprendersi il suo papa per
rinchiuderlo lontano dai credenti e dalla vita.
Questo
papa senza nome e senza soglio, misterioso e umano, santo e inquieto,
inafferrabile e disperato, ha il corpo greve, i gesti sperduti, il viso turbato
e il cuore infranto di quell'attore magnifico che è Michel Piccoli
“Non è un film sul Vaticano” (Che non sia un film sul Vaticano è abbastanza
chiaro, nonostante sia ambientato nella Cappella Sistina e nelle stanze del
palazzo papale) ha detto Nanni Moretti
presentando “HabemusPapam”, e ha aggiunto: “È un film sulla difficoltà di
essere all’altezza delle aspettative degli altri”.
Se
poi il film si segue nelle sequenze migliori e più intense, cioè in quelle in cui
è presente Michel Piccoli, il contenuto
di fondo appare essere la solitudine e la vecchiaia.
































