martedì 12 agosto 2014

David Foster Wallace

David Foster Wallace è un grande scrittore statunitense purtroppo morto troppo presto e in modo iniquo. Il suo romanza di esordio è stato pubblico nel 1987 con il titolo “La scopa del sistema”, si tratta di un romanzo molto intricato intriso di humor feroce. Nel 1989 esce “La ragazza con i capelli strani” una serie di racconti in cui sono affrontati tutti i temi caratteristici del suo universo letterario. Il secondo romanzo “Infinite Jest”, nel 1996, lo trasforma in un vero e proprio autore di culto in quanto trasforma in scrittura tutti i tormenti della società contemporanea, dalla difficoltà dei rapporti interpersonali, alla dipendenza da droghe, ma anche dall’alcool e dagli psicofarmaci, il disagio mentale, il ruolo rivestito dalla televisione e l’agonismo della nostra epoca.

Una perla dal pensiero wallaciano: il senso del dolore. Messo a disposizione da Martina Testa, la "voce italiana" di DFW per Minimum Fax.
Tv, piacere, dolore: “In moltissime altre culture, se uno soffre, se ha un sintomo che lo fa soffrire, questo viene sostanzialmente interpretato come qualcosa di sano e naturale, un segnale del fatto che il sistema nervoso sa che c’è qualcosa che non va. Per queste culture, liberarsi del dolore senza affrontarne la causa profonda sarebbe come spegnere il campanello d’allarme mentre l’incendio divampa ancora. Ma se soltanto guardiamo la miriade di modi in cui in questo Paese ci sforziamo all’impazzata di alleviare quelli che sono semplici sintomi – dalle pasticche contro il mal di testa a effetto ultrarapido alla popolarità dei musical spensierati durante la Depressione – si vede una tendenza quasi compulsiva a identificare il dolore in sé con il problema. E così il piacere diventa un valore, un fine teleologico a se stesso. Se guardiamo l’utilitarismo – una teoria etica spiccatamente anglosassone – vediamo un’intera teleologia basata sull’idea che la migliore vita umana possibile è quella che raggiunge il tasso più alto di piacere rispetto al dolore. Lo so che il mio può sembrare un discorso bigotto. Ma voglio solo dire che dare la colpa alla tv è un atteggiamento miope. La tv è solo un sintomo come tanti altri. Non è stata la tv a inventare il nostro infantilismo estetico, così come non è stato il Progetto Manhattan a inventare l’aggressione. Le armi nucleari e la tv hanno semplicemente intensificato le conseguenze di certe nostre tendenze, hanno alzato la posta in gioco”.