I fraintendimenti dell’amore
Da un articolo di Umberto Galimberti
Scrive Agostino D’Agaste: “Volo ut sis (Voglio che sia quello che sei)”.
Troppo spesso la nostra sofferenza legata alle persone che amiamo dipende dal fatto che questo persone non corrispondono alle nostre attese, ai nostri desideri, alla nostra visione del mondo e siccome non siamo in grado di cambiare le nostre convinzioni soffriamo perché le persone che amiamo non vi corrispondono. In questo modo non riconosciamo l’altro, neghiamo la sua diversità.
Questo è poi ancora più vero quando si tratta di un figlio, la sofferenza del genitore testimonia che il genitore non si è ancora staccato da lui, non gli ha fatto dono della libertà. Più è forte il dolore più questo significa che l’attaccamento alle proprie attese è più forte dell’amore che si nutre per il figlio.
In questo caso “amore” significa possesso, non si riesce ad amare veramente chi è fuori dalla nostra visione del mondo.
Dalla nostra palese sofferenza traspare la nostra disapprovazione che fa si che si radichi nell’altro la sua condotta, impedendogli di considerare il suo modo di vivere, in quanto l’ esigenza di libertà, che promuove l’identità e l’individuazione, è decisamente più forte e direi anche più seria di quanto non lo sia condurre una vita come una risposta agli altri.